Al 1° gennaio 2025 gli over 65 sono circa 14,5 milioni, pari al 24,7% della popolazione; erano il 24,3% un anno prima, segnalando un processo di invecchiamento strutturale e continuo. Gli ultraottantenni sono circa 4,6 milioni (4.591.000), in aumento di circa 50 mila unità rispetto al 2024, e rappresentano una quota crescente all’interno della stessa popolazione anziana.
Per la prima volta gli over 80 superano i bambini sotto i 10 anni (circa 4,3 milioni), marcando un “sorpasso anagrafico” che rovescia la piramide demografica rispetto a solo venti anni fa. Venticinque anni fa si contavano circa 2,5 bambini ogni ultraottantenne, mentre cinquant’anni fa il rapporto era circa 9 a 1; oggi è invertito, con più grandi anziani che bambini piccoli.
Il numero di ultracentenari raggiunge un massimo storico di oltre 23.500 persone, simbolo di una longevità elevata ma anche di bisogni assistenziali molto intensi.
La popolazione in età attiva (1564 anni) scende al 63,4% circa, mentre i minori di 15 anni si fermano intorno all’11,9%, con un rimpiazzo generazionale sempre più debole.
Nel 2024 le nascite sono circa 370.000, con un tasso di fecondità che scende a 1,18 figli per donna, minimo storico e ben al di sotto della soglia di sostituzione.
I decessi nel 2024 sono circa 651.000: il saldo naturale è fortemente negativo (circa –281.000), e la dinamica demografica è tenuta in parte in equilibrio solo dai flussi migratori.
L’Italia resta tra i paesi più longevi: la speranza di vita alla nascita sale a circa 81,4 anni per gli uomini e 85,5 per le donne, guadagnando quasi cinque mesi in un anno. Le previsioni demografiche indicano una popolazione in calo: da circa 59 milioni a poco meno di 58,6 milioni nel 2030 e a circa 54,8 milioni nel 2050, con contestuale crescita della quota di anziani.
Entro il 2050 gli over 65 potrebbero raggiungere circa il 3435% della popolazione, mentre il rapporto tra persone in età lavorativa e inattive scenderebbe verso 1 a 1, comprimendo fortemente le basi contributive. L’invecchiamento si intreccia con fragilità sociali: aumentano solitudine e rischio di povertà in età anziana, con forti divari territoriali nell’accesso ai servizi sociosanitari e di cura.
L’informazione centrale per le politiche pubbliche è la combinazione di tre fattori: forte crescita della quota di anziani, calo della popolazione attiva, crollo della natalità; insieme producono un rapido deterioramento del rapporto tra contribuenti e beneficiari dei sistemi pensionistici, sanitari e di welfare locale.
Il “sorpasso” degli over 80 sugli under 10 sposta il baricentro della domanda di servizi verso la longterm care: assistenza domiciliare, residenzialità, integrazione sociosanitaria, adattamento dell’abitare e della mobilità diventano infrastrutture sociali strategiche, non “accessorie”.
La contraddizione più evidente è che, mentre cresce la platea di anziani (e in particolare dei grandi anziani fragili), la spesa pubblica locale per servizi dedicati cala o resta insufficiente e molto diseguale territorialmente; questo apre spazio ma anche responsabilità per terzo settore, cooperative sociali e operatori privati nel coprogettare risposte strutturate con la PA.
In un’ottica di medio periodo, i dati ISTAT indicano la necessità di una strategia integrata su almeno quattro assi: rilancio della natalità e conciliazione vitalavoro; attrazione e integrazione di migranti in età attiva; potenziamento dell’assistenza agli anziani non autosufficienti (domiciliare, semiresidenziale, comunitaria); ripensamento dei modelli di finanziamento del welfare (più prevenzione, più territorio, più integrazione sociosanitaria).