Il tema dell’iniziativa principale e i contenuti

Si è svolto lo scorso 15 aprile, presso la Camera dei Deputati, l’incontro promosso dalla Fondazione Età Grande dal titolo “Radici e futuro – l’alleanza tra generazioni per la rinascita delle aree interne”.

Un appuntamento che ha riunito rappresentanti delle istituzioni, esperti e operatori del sociale per affrontare un tema sempre più attuale: il rapporto tra giovani e anziani e il futuro dei territori più fragili del Paese.

Nel corso dell’incontro si sono alternati interventi dal tavolo dei relatori e momenti di riflessione condivisa, con particolare attenzione al ruolo delle generazioni nella costruzione di nuove prospettive di sviluppo.

Al centro del dibattito, la necessità di rafforzare il legame tra giovani e anziani, riconoscendo in questi ultimi non solo una componente da tutelare, ma una risorsa attiva per la società. Un passaggio più volte sottolineato durante gli interventi, in cui è emersa l’importanza della memoria, dell’esperienza e del contributo sociale delle persone anziane.

Ampio spazio è stato dedicato anche al tema delle aree interne, spesso segnate da spopolamento e isolamento. In questo contesto, è stata evidenziata la necessità di politiche capaci di rilanciare i territori, valorizzando le comunità locali e promuovendo nuove forme di collaborazione tra istituzioni e cittadini.

Tra i messaggi emersi nel corso dell’incontro, quello della responsabilità condivisa: costruire il futuro richiede il contributo di tutte le generazioni. È proprio nella relazione tra giovani e anziani, infatti, che può nascere un modello di sviluppo più equilibrato e sostenibile.

L’iniziativa si è conclusa con un confronto partecipato e con la consapevolezza che il tema dell’alleanza tra generazioni rappresenta una sfida centrale per il Paese.

Un momento di dialogo che non si esaurisce nell’incontro, ma che punta a tradursi in azioni concrete per il rilancio dei territori e il rafforzamento del tessuto sociale.

I casi recenti, ancora oggetto di indagine, fanno riflettere su tante morti che parlano di abusi e abbandono. Un fenomeno che si fa dimensione quotidiana per tanti uomini e donne vecchi. E’ questo il destino che aspettiamo per noi?

Le cronache ci parlano di un ennesimo caso di decessi sospetti in ambito sanitario. La settimana scorsa un dipendente della Croce Rossa di Forlimpopoli, da circa due anni autista soccorritore, è stato accusato dalla Procura di Forlì di omicidio volontario continuato, aggravato dalla premeditazione, commesso col mezzo di sostanze venefiche o altro mezzo insidioso. Gli vengono contestati 5 decessi nel 2025 durante o subito dopo trasporti sanitari cosiddetti secondari, ovvero non urgenti, ma di ricollocazione di pazienti da una struttura ad un’altra. Oltre ai 5 casi contestati, in cui l’imputato era sempre a bordo, gli inquirenti stanno verificando altri 3 decessi sospetti, portando il totale dei casi sotto esame a 8. Le ulteriori vittime sarebbero state tutte donne anziane con le quali l’indagato aveva avuto a che fare.

Si potrebbe definire l’episodio un caso isolato, dettato, qui è d’obbligo il condizionale perché le indagini sono ancora in corso, da motivazioni connesse alla personalità dell’indagato o da circostanze ancora tutte da chiarire. Si potrebbe, se non fosse che il fenomeno appare diffuso e con tutte le caratteristiche della punta di un iceberg: sono circa 25-30 le vittime stimate negli ultimi 20 anni in Italia. Molti i motivi della sottostima: non esiste una contabilità perché gli omicidi da parte di sanitari sono classificati come omicidi volontari comuni, non come categoria statistica autonoma nel sistema Istat o giudiziario. Inoltre, le morti in contesto sanitario vengono certificate come “naturali” e raramente si procede ad autopsia (in Italia il tasso di autopsie è tra i più bassi d’Europa), il fenomeno è per definizione sommerso: la letteratura internazionale stima che per ogni caso scoperto ve ne siano diversi non rilevati​. A questo deve aggiungersi che le Rsa e le strutture per anziani hanno storicamente scarsi meccanismi di sorveglianza sulle cause di morte e che manca una cultura di segnalazione sistematica delle “morti inattese” in ambito assistenziale. L’assenza stessa di una contabilità di questi decessi è parte del problema: occorre che si realizzi un osservatorio e che siano definiti in modo indipendente questi delitti, che, ripeto, sono ampiamente sottostimati. Non esiste un equivalente italiano del database internazionale sugli “healthcare serial killers” compilato dalla letteratura accademica anglosassone. Uno studio su riviste “peer reviewed” (Yarnell, 2022) evidenzia che i serial killer sanitari rappresentano un fenomeno sottostimato a livello globale: la media tra scoperta dei primi segnali e arresto è di oltre 2 anni, e spesso i sospetti vengono ignorati o minimizzati dall’istituzione. Un altro studio sui medici killer documenta che le vittime sono in larghissima maggioranza anziani e pazienti fragili, perché la loro morte appare “attesa” e non suscita sospetti.
Giustamente poniamo grande attenzione ai femminicidi e qui si inizia a connotare un fenomeno diverso ma non meno grave, quello di anziani uccisi proprio in un ambito che dovrebbe dedicare loro cure e attenzioni, per questo particolarmente odioso. Mentre dibattiamo in modo molto ideologico, a mio modesto avviso, di eutanasia e dintorni, dovremmo soffermarci sull’abbandono dei morenti e ancor più sul pregiudizio di etarismo che arriva ad uccidere. Ne è dimostrazione diretta la impressionante dashboard pubblicata sul sito Età grande, dell’omonima fondazione, che riporta i dati di stima dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sugli abusi negli anziani: ben 320 milioni in un anno. Cifra non lontana da quella riportata dalla medesima agenzia degli abusi sulle donne: 316 milioni. Colpisce, nel caso degli anziani, il silenzio che circonda molto spesso umiliazioni, violenze fisiche e psicologiche, truffe, abbandono e incuria nella sporcizia, nelle piaghe da decubito, nella negligenza di non porgere un bicchier d’acqua a tantissimi over 65 – sembra uno su sei – in tutto il mondo, vittime di questi soprusi. Gli omicidi sanitari davvero sono la punta di un iceberg di un silenzioso olocausto e di un abbandono che si fa dimensione quotidiana per tanti uomini e donne vecchi. E’ questo il destino che aspettiamo per noi?