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Feb 14, 2026

Migranti ed età grande, una “minoranza nella minoranza”

A Roma un incontro a più voci promosso dal Centro di Salute Globale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dalla Fondazione Età Grande ETS e dal Gruppo Italiano Salute e Genere sui problemi dell’età avanzata e le differenze di genere 

 Roma, 10 febbraio 2026 – Un’occasione di incontro dedicata ai problemi dell’età avanzata e alle differenze di genere in una particolare e delicata fase della vita, per riflettere, costruire buone pratiche e individuare strategie sostenibili, facendo dell’attenzione agli “ultimi” un fondamento di civiltà. 

 Tutto questo è stato il convegno dal titolo “Migranti ed età grande: una minoranza di una minoranza” che si è tenuto il 9 febbraio a Roma, nella Sala Pio XI del Palazzo San Calisto, promosso dal Centro di Ricerca in Salute Globale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dalla Fondazione Età Grande ETS e dal Gruppo Italiano Salute e Genere (GISeG). 

 All’incontro, moderato da Livia Azzariti e introdotto da Walter Malorni, Direttore Scientifico del Centro di Salute Globale, sono intervenuti S.E. Mons. Vincenzo Paglia, presidente della Fondazione Età Grande, e i Professori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore Walter Ricciardi, Ordinario di Igiene generale e applicata, Francesco Landi, Ordinario di Medicina Interna, e Umberto Moscato, Associato di Medicina del Lavoro e Direttore del Centro di Salute Globale.  

 «Gli stranieri residenti in Italia che pagano le tasse sono oltre 5 milioni, provenienti da circa 180 Paesi. La maggioranza è cristiana, ma più di un milione e mezzo sono musulmani; sono inoltre presenti minoranze significative di induisti e buddisti. Le donne rappresentano il 51% e i bambini nati ogni anno da coppie di stranieri residenti superano le 50 mila unità – ha detto il Professor Malorni aprendo l’incontro -. Il fenomeno migratorio inizia negli anni ’70 con l’arrivo di donne impiegate nel lavoro domestico, mentre negli anni ’80 si consolidano i flussi femminili e l’Italia diventa un Paese attrattivo anche per migrazioni maschili. Negli anni ’90, grazie alle politiche sull’immigrazione, emergono i ricongiungimenti familiari e, dal 2000, diventa rilevante l’arrivo di donne dall’Est Europa impegnate nella cura delle persone. Sebbene l’età media degli stranieri residenti sia inferiore a quella degli italiani (circa 35 anni), sta aumentando la quota di immigrati appartenenti ai primi flussi che oggi sono entrati nell’età grande (oltre i 64 anni) che può essere stimata tra i 300 e i 500 mila individui, in maggioranza donne (circa 

il 65%). Le diverse etnie e confessioni religiose mostrano atteggiamenti differenti nei confronti della malattia e si riscontrano anche differenze di genere, con gli uomini che talvolta vivono la malattia come una perdita del ruolo sociale e tendono a evitare le cure». 

«Questo evento – ha continuato – è dedicato a loro, ai loro problemi di salute e di integrazione sociosanitaria e vuole essere un primo passo per affrontare un tema che nei prossimi anni diventerà sempre più evidente. La mia idea è di costruire un tavolo permanente multietnico e multireligioso che sotto la sapiente guida della Fondazione Età Grande sappia individuare le maggiori criticità e suggerire ai decisori come affrontarle». 

 «La comunità ecclesiale e l’intera società devono guardare con maggiore attenzione al fenomeno nuovo, ed in crescita, dei migranti anziani nel nostro Paese, poiché in essi si incrociano due fragilità, quella dell’invecchiamento e quella della condizione degli stranieri – ha detto Mons. Paglia nel suo intervento -. Questi due fenomeni – l’estensione temporale della vita umana e la mobilità dei popoli- sono forse i più significativi “segni dei tempi “di questa epoca e possono e devono essere affrontati insieme per realizzare più saggie politiche. Dalle fragilità può in realtà nascere una grande forza, la stessa che ha garantito, ad esempio, a milioni di anziani di continuare a vivere e morire nella propria casa negli ultimi decenni. 

Il trattamento riservato in vecchiaia a molti stranieri, ad esempio a quanti impegnati in larghissima nei lavori domestici e soprattutto di cura (badanti, caregiver), in larghissima maggioranza donne, è ad oggi umiliante, spesso di povertà assoluta.   

È interesse dell’intera società italiana, oltreché giusto, garantire anche agli anziani stranieri, pensioni adeguate, opportuna assistenza, anche per non indebolire quel settore della cura in cui – come per altro in tanti altri, dall’industria all’agricoltura – il contributo degli stranieri, ormai uno su dieci nel nostro Paese, è fondamentale ed indispensabile». 

 «I migranti anziani non sono un’emergenza, ma il risultato prevedibile dell’invecchiamento della popolazione migrante in Italia – così il Professor Ricciardi nella sua relazione -. Presentano una doppia vulnerabilità, sanitaria e sociale, legata a lavori usuranti, accesso tardivo alle cure, isolamento e condizioni socio-economiche fragili. Nonostante l’universalismo del Servizio Sanitario Nazionale, persistono forti disuguaglianze nell’accesso, nella gestione delle cronicità e nella long-term care. Affrontare questo tema è un test di equità, sostenibilità e capacità di innovazione della sanità pubblica italiana». 

 «Questo tema richiama l’attenzione su una delle sfide più silenziose del nostro tempo – ha affermato il Professor Landi -. Introdurre il concetto di longevità in un contesto estremamente difficile quale quello dei flussi migratori è una sfida molto ambiziosa e al tempo stesso un banco di prova per l’organizzazione sanitaria e sociale del nostro Paese. Parlare di longevità, infatti, significa interrogarsi non solo sugli anni vissuti, ma sulla possibilità di vivere ogni età con dignità, autonomia e relazioni significative. Gli anziani migranti rappresentano una sfida decisiva per un approccio globale che non riguarda solo la geriatria ma tutto il corso della vita. In questa ottica, salute, inclusione sociale e accesso ai servizi diventano responsabilità collettive e misura della qualità etica della nostra società». 

  «I migranti anziani, così come gli italiani di origine, sono una popolazione di lavoratori in costante aumento ed invecchiamento, condizione che non solo pone l’accento sull’ampliarsi dei soggetti con più patologie contemporaneamente, sia prima che dopo l’età pensionabile, quanto la tendenza a verificarsi di differenti forme di fragilità della persona: sia sociali che economiche, sanitarie e dell’accesso all’assistenza, nonché principalmente quella correlata al genere – ha concluso il Professor Moscato -. Attualmente, l’aumento costante dei migranti al lavoro oltre i 65 anni in Italia riguarda in particolare le lavoratrici, in percentuale quasi doppia rispetto agli uomini; per le donne, poi, il comparto principale lavorativo è quello domestico, prevalentemente quello dell’assistenza e della cura domiciliare, laddove una lavoratrice domestica migrante su quattro è over 60 e si può stimare che due lavoratrici over 60 anni su tre sono impiegate nell’ambito domestico. Ciò dovrebbe porre l’attenzione sulla necessità di policy previdenziali che tengano conto delle disuguaglianze di genere e delle carriere lavorative discontinue, facilitando l’apprendimento permanente e l’alfabetizzazione digitale tra le popolazioni anziane, al fine di poter proseguire a svolgere attività in uno stato di benessere fisico e psichico, garantendo la loro partecipazione sociale attiva e significativa anche lavorativa, concentrandosi sulla resilienza sia fisica che mentale, altrimenti ancora oggi penalizzanti per molte donne. Il rischio è che si possa verificare anche in Italia il fenomeno già conosciuto all’estero dell’“anziano non pensionabile”, con la potenzialità di un aumento esponenziale della fragilità, diseguaglianza ed impatto “a domino” sulla realtà occupazionale, sanitaria ed economica».